L'egizio presenta diverse caratteristiche proprie delle lingue afroasiatiche.
È formato da parole con radici prevalentemente triconsonantiche, come nfr "bello". Sono tuttavia presenti anche termini con radici biconsonantiche, come per esempio rˁ "sole", e alcuni con un numero di consonanti ancora maggiore, ad esempio cinque come in sxdxd "essere sottosopra". È importante sottolineare che le sequenze fonetiche appena descritte non sono propriamente parole, ma, come detto, radici che rappresentano aree semantiche, con cui si creano le parole vere e proprie per mezzo di varie vocalizzazioni.
Le vocali e altre eventuali consonanti venivano poi aggiunte alla radice per dare origine alle parole della lingua, in modo simile a quanto tuttora avviene nell'arabo o nell'ebraico. Nella maggior parte dei casi ignoriamo quali fossero le vocali aggiunte, in quanto l'egizio, in modo analogo alle lingue semitiche antiche e moderne, non scriveva le vocali: di conseguenza, il termine ˤnkh potrebbe significare "vita", "vivere", "vivente" o "vivendo", a seconda della vocalizzazione. Nella moderna trascrizione, "a", "i" e "u" rappresentano delle consonanti egizie: per esempio il nome di Tutankhamon era scritto in egiziano come "twt ˁnkh Jmn". Gli esperti hanno ricostruito il valore di questi simboli, ma per alcuni non si è del tutto certi della correttezza. Se a questo si aggiunge che la vocalizzazione, non segnata nella scrittura e quindi per la maggior parte sconosciuta, è del tutto arbitraria (le semiconsonanti e alef e ‘ayin sono lette come vocali e dove non compaiono questi suoni si aggiunge convenzionalmente una e), se ne deduce che la pronuncia attuale dell'egizio ha ben poco a che vedere con quella originale. Attraverso il copto e le trascrizioni di parole e frasi egizie in altre lingue (ad esempio le Lettere di Amarna, scritte in accadico) è stato comunque possibile, per una certa misura, ricostruire l'antica pronuncia.
Fonologicamente, l'egizio differenziava consonanti bilabiali, labiodentali, alveolari, palatali, velari, uvulari, faringali e glottali, in una distribuzione simile a quella dell'arabo.
Morfologicamente, come in altre lingue semitiche, viene usato il costrutto detto stato costrutto che combina due o più vocaboli: in questa trasformazione il primo vocabolo subisce spesso variazioni (ad esempio una -h finale diventa -t nei nomi femminili e in mlkt shba ("la regina di Saba"), mlkt è la trasformazione dal termine mlkh.
Inizialmente non erano conosciuti gli articoli, né i determinativi, né gli indeterminativi; le forme più tarde utilizzarono invece a questo scopo le parole pȝ, tȝ e nȝ (il segno "ȝ" trascrive il colpo di glottide), rispettivamente per il maschile singolare, femminile singolare e plurale comune.
Ricostruzione fonetica dell'egiziano
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La lettura che danno gli egittologi all'egiziano è convenzionale: Champollion riuscì, partendo dal copto, definibile in un certo senso come "egiziano con le vocali", e dal greco ad assegnare a ciascun segno un valore fonetico.
L'egiziano invece veniva notato senza vocali, quindi noi abbiamo solo lo scheletro consonantico, come se in italiano scrivendo cn dovessimo poi integrare le vocali occorrenti leggendo "cane", "cena" o "Cina" a seconda dei casi. Lo stratagemma cui sono ricorsi gli egittologi è quello di intercalare tra consonante e consonante una vocale convenzionale, la "e".
Sapere però quale fosse la reale pronuncia dell'egiziano è quasi impossibile. Anche il copto, ovviamente, ha sviluppato fenomeni fonologici propri. Tuttavia, vi sono alcuni capisaldi di pronuncia della quale possiamo dirci certi.
La parola ḥtp, |
|
che significa pace, riposo, offerta, soddisfazione
|
viene letta non hetep, ma hotep: grazie ai Greci e ad altre trascrizioni sappiamo quale fosse il suono originale. Allo stesso modo la parola Ptḥ non viene letta Peteh, ma Ptah[4]: grazie ai Greci sappiamo quale fosse la pronuncia reale del nome della divinità.
Oppure ancora il dio Amon si scrive Jmn,
, ma sappiamo dalla trascrizione qual era la pronuncia originale: probabilmente a inizio parola la j tendeva ad aprirsi in a.
Allo stesso modo, sappiamo che, probabilmente, la parola ms
generare, nascere, si leggeva "mos", come sappiamo dai diversi nomi quali Ramose, Ahmose, Thutmose.
La traslitterazione della lingua egizia può essere aiutata anche dai nomi propri, che hanno una pronuncia spesso trasmessa dai Greci.
Tuttavia sono state spesso proposte diverse accezioni, un esempio è Rˤ-ms-sw: il nome Ramesse, portato da ben undici sovrani, dei quali il più celebre è senz'altro il secondo.
Le letture sono diverse, Ramesse, Ramses o Ramsete (le ultime due derivate da due delle varie forme latine del nome: Ramses è nominativo, Ramsete è la forma italianizzata a partire dell'accusativo Ramsetem, in modo analogo ad altre parole che sono passate in italiano allo stesso modo): escludendo il quasi cacofonico Ramessu, pronuncia che segue pedissequamente la trascrizione fonetica, la migliore sarebbe Ramesse, perché più vicina alla dicitura originale.
Inoltre è accertato che la desinenza ".t" dei femminili, seppur scritta, non era più pronunciata già dall'Antico Regno[5].
Alla fonologia dell'egiziano si è interessato Alessandro Roccati, ordinario di Egittologia all'università di Torino.
Substrato egiziano nella toponomastica egiziana moderna e nell'onomastica italiana
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Un substrato di antico egiziano lo possiamo trovare in diversi toponimi:
- L'attuale località di Asyūṭ in egiziano era detta Sȝwty.
- La località di Abido era in egiziano detta Ȝbḏw.
- La città di Copto era detta in egiziano Gbtw.
- In particolare, la città di El-Ashmunein, l'antica Ermopoli, nella quale possiamo osservare il graduale passaggio dall'egiziano, al copto sino all'arabo.
Il nome egiziano era infatti ḫmnw, "Gli Otto", in relazione all'Ogdoade ermopolitana, gli otto dèi che la presiedevano.
Poi, in copto, divenne ϢΜΟΥΝ, con significato analogo e poi in arabo alla radice Šmūn furono aggiunti l'articolo El, una A protetica e la desinenza -ein che esprime la desinenza del duale; tale duale è dovuto al fatto che nei testi copti si parlava di due Šmūn, da cui la letterale traduzione.[6]
Infine, alcuni nomi di persona usati nella lingua italiana sono di derivazione egizia, come Isidoro, filtrato dal greco Isis-doron, dono di Iside, e Susanna, dall'egizio sšn "loto", filtrato attraverso l'ebraico.
Si introducono qui le generalità del sostantivo e, di conseguenza, della morfologia dell'aggettivo, che presenta le medesime caratteristiche, concordando in genere e numero col nome cui è riferito.
Per referenze, vedi nota[7].
I generi erano due, maschile e femminile.
Il primo non ha terminazione precisa, il secondo prevede l'aggiunta di una '.t', |
|
:
|
b3k (servo)
b3k.t (serva)
Tre sono i numeri del nome: singolare, plurale, duale.
Il plurale prevede:
la terminazione '.w' |
|
per il maschile;
|
la terminazione '.tw' |
|
per il femminile.
|
Il 'duale' prevede:
la terminazione '.wy' |
|
oppure |
|
per il maschile;
|
la terminazione '.ty' |
|
oppure |
|
per il femminile.
|
Il duale è molto raro, viene usato soprattutto per indicare nomi esistenti in coppia in natura o considerati spesso come coppia, quali rd.wy (le due gambe, maschile) ir.ty (i due occhi, femminile) ma, soprattutto, due termini fondamentali: t3.wy, le Due Terre, Alto e Basso Egitto, e nb.ty, le Due Signore, le dee Nekhbet e Uadjet, protettrici dell'Alto Egitto e del Basso Egitto e il cui nome designa anche una parte della titolatura ufficiale dei faraoni.
I due geroglifici che indicano le Due Terre e le Due Signore.
Notazione grafica di genere e numero
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Per notare il genere, gli egizi utilizzavano diversi espedienti grafici: limitandosi alla determinazione delle persone, venivano generalmente indicati con l'apposizione dei determinativi classificati come A1 per il maschile e B1 per il femminile nella lista Alan Gardiner:
Per indicare i plurali o i duali, gli egizi svilupparono nei tremila anni di storia della loro lingua diversi sistemi.
Il più antico, usato nell'Antico Regno, consisteva nell'indicare il termine una volta per il singolare, due volte per il duale, tre volte per il plurale.
ir.t, l'occhio/un occhio
ir.ty, i due occhi
ir.tw gli occhi
Caso estremo:
Questa successione designa la psḏ.t, l'Enneade creatrice, notazione usata anche nel Medio e Nuovo Regno.
L'altro sistema, più utilizzato dal Medio Regno in poi, è quello dell'aggiunta dei geroglifici che designano le desinenze del plurale, del singolare e del duale e, per il plurale, l'aggiunta di tre tratti:
Questa notazione è molto usata, seppur qualche volta non per designare il plurale vero e proprio, ma la "moltitudine"
Rmṯ, l'umanità, si scrive: |
|
Esistono poi i nomi detti "di relazione", detti anche con termine tratto dalle grammatiche arabe "nisba", nei quali l'aggiunta di una '.y' indica la derivazione semantica: sḫt significa campagna, sḫty contadino, campagnolo[8].
L'aggettivo con funzione attributiva è generalmente posposto al nome e concorda con questo in genere e numero.
L'aggettivo con funzione predicativa si esprime con iw-soggetto-m-aggettivo/nome, cfr. con I work as policeman in inglese.
Non esiste declinazione, esattamente come in italiano.
L'egiziano distingue due tipi principali di proposizioni: la proposizione a predicato avverbiale (PPA) e a predicato nominale (PPN). La prima, a sua volta, distingue tra PPA con e senza lessema verbale.
Proposizioni a predicato avverbiale
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La Proposizione a predicato avverbiale è una frase, che può avere o non avere un verbo, che esprime una relazione momentanea e di situazione[9].
Si tratta di una frase nominale, introdotta dalla particella 'jw' per il presente, 'wn'
per il passato e 'wnn'
per il futuro tradotte come verbo essere; si tenga conto che in egiziano non esistono veramente due ausiliari: essere può venir reso con jw, per esprimere il possesso si usano perifrasi simili al dativo di possesso in latino: jw b3k n(y) nb
significa "il servo è al padrone" o, meglio, "il padrone ha un servo"[10].
La frase esclamativa non prevede la particella jw ma la particella mk e il pronome dipendente e non il suffisso[11]
(guarda!).
- Negazione della PPA
La negazione richiede 'nn'
(sostituito a 'jw') per il presente e 'n'
(seguito da 'wnn') per il futuro (la negazione al passato non è attestata)[12].
La PPA con lessema verbale, invece utilizza un verbo oltre a jw,
ad esempio: jw rˁ wbn m pt:
il sole sorge in cielo
Ausiliare di enunciazione |
parti del discorso fondamentali |
Parti del discorso fondamentali |
Parti accessorie del discorso |
Categoria di PPA
|
|
soggetto |
|
avverbi e altre parti del discorso |
PPA senza lessema verbale
|
jw (presente) , wnn (futuro) wn (passato) |
|
|
|
|
|
verbo |
pronome suffisso |
complementi, avverbi, aggettivi e altre parti del discorso |
PPA con lessema verbale e soggetto pronominale
|
|
soggetto |
verbo |
complementi, avverbi, aggettivi e altre parti del discorso |
PPA con lessema verbale e soggetto non pronominale
|
- Negazione della PPA
La negazione richiede 'nn'
(sostituito a iw) per il presente e la PPA senza lessema verbale e 'n'
(seguito da wnn) per il futuro (la negazione al passato non è attestata) per la PPA con sistema verbale al futuro[12].
Proposizioni a predicato nominale
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La PPN, invece, esprime una relazione costante, che non cambia nel tempo e che dunque non richiede iw che significa "essere (attualmente)"[13].
Ad esempio:
mk, b3k pw,
cioè: "guarda, tu sei un servo".
In questo caso 'pw' è il soggetto, si tratta di un pronome indefinito: la traduzione letterale, infatti, sarebbe: "guarda (ciò), sei tu servo".
Un curioso tipo di PPN è nfr pw
, che significa "ciò è buono" ma che, posto alla fine di un testo, significa "fine".
- Negazione della PPN
Si nega con 'nn...js':
nn b3k js pw, tu non sei un servo
[14]
Il verbo egiziano presenta diverse differenze con il verbo italiano, che nella traduzione si perdono ma che servono per comprendere i fenomeni specifici della lingua.
Distinzione tra aspetto "iterativo" e aspetto "singolativo"
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Molto importante in egiziano è la distinzione tra azione puntuale e reiterata, che, per quanto riguarda le lingue indoeuropee si era in parte perduta in latino in favore di un'espressione più particolareggiata della scala temporale[15], molto forte in greco, ma che si perde inevitabilmente in traduzione, abbastanza importante in inglese.
In egiziano, infatti, assistiamo all'opposizione tra due strutture verbali principali:
- l'aoristo: esprime l'azione abituale nel presente, iterativa, nel passato o nel futuro; ad esempio: "quando avevo vent'anni, ero solito fare colazione al bar" è un modo per indicare che quest'azione nel passato era abituale, per distinguerla dal "quando avevo vent'anni andai (una volta) a far colazione al bar", che esprime un evento unico e non più ripetuto;
- il 'compiuto' e l''incompiuto'. Esprimono un'azione puntuale, singola, nel presente, passato e futuro.
Se l'azione si sta svolgendo, si usa l'incompiuto, se l'azione si è conclusa, si usa il compiuto.
Si noterà, infatti, che tutte le strutture che esprimono l'incompiuto egiziano sono perifrastiche e tradotte in italiano significano "stare per", "star facendo" qualcosa: si traducono col verbo in forma semplice semplicemente per non sovraccaricare la traduzione.
Il compiuto esprime l'azione puntuale, accaduta una sola volta, e conclusasi: "io caddi/sono caduto/ma ora mi sono rialzato".
Il locutore egiziano, se avesse usato l'aoristo per un verbo del genere avrebbe voluto dire che cadeva tutti i giorni, abitualmente.
Attivo italiano e passivo egiziano - Il pronome "zero"
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Nella traduzione italiana, eccetto se in egiziano è presente il pronome impersonale "=tw", che rende la frase passiva o impersonale, se il contesto vuole un verbo all'attivo, questo verbo viene tradotto all'attivo.
Tuttavia, non c'è piena corrispondenza tra forme attive tra le due lingue; determinate forme del verbo erano sentite dal locutore egiziano come passivi.
Questo è dovuto alla presenza di un pronome, non scritto ma individuato dai linguisti,chiamato "zero" e notato "Ø", che in italiano non si traduce o si rende come "ciò", seguito da una subordinata dichiarativa italiana, chiamata in egiziano "esplicitazione del soggetto".[16]
Molte forme che in italiano sono verbi, infatti, sono trattate in egiziano come frasi nominali:
Ad esempio: n Ø wnm-n=f, è la negazione dell'aoristo, che si traduce in italiano come "non ero solito mangiare" o letteralmente: "non (si faceva) ciò, mangiare da parte mia".
Dunque, strutture passive con significato attivo in italiano sono:
- La negazione dell'aoristo[17]
- Il compiuto con e senza agente: entrambi andrebbero tradotti letteralmente come "(ciò) è stato fatto da parte (di lui)", ma per una migliore resa stilistica si usa correntemente l'attivo[18]
- La negazione del compiuto con e senza agente[19]
Rispetto all'Italiano, nel quale il verbo si differenzia in modo e tempo, l'egiziano fa tre distinzioni: aspetto, modo e tempo.
Aspetti e modi dell'egiziano antico sono: Incompiuto, Compiuto, Participio (forma nominale), Aoristo, Infinito (forma nominale), Imperativo e Prospettivo.
Incompiuto |
Compiuto |
Participio |
Aoristo |
Infinito |
Imperativo |
Prospettivo
|
Progressivo e Progressivo interno |
Presente |
Presente (imperfettivo) |
Presente |
Atemporale |
Atemporale |
Atemporale
|
Allativo |
Passato |
Passato (perfettivo) |
Passato |
|
|
|
|
Futuro |
Futuro (progressivo) |
Futuro |
|
|
|
Solo l'incompiuto possiede qualcosa di analogo ai modi: il progressivo, il progressivo interno e l'allativo.
Gli altri aspetti distinguono immediatamente in tempi: presente, passato e futuro più, tranne che per imperativo e infinito che sono atemporali.
L'infinito dei verbi egiziani viene costruito in tre modi diversi, uno per i verbi forti, uno per i verbi deboli, uno per i verbi geminati.[20]
- Verbi forti
verbi terminanti con tutte le lettere, eccetto j e w, non ripetute.
wnm=j (mangio)>wnm (mangiare)
sḏm=j (ascolto)>sḏm (ascoltare)
- Verbi deboli
verbi terminanti per j o w.
L'infinito è una forma femminile sostantivata del verbo.
rd(j)=j (la j è tra parentesi perché quasi sempre veniva omessa nello scritto)>rd(j).t
pr(j)=j (esco)>pr(j).t (uscire)
- Verbi geminati
verbi terminanti con due lettere uguali.
L'infinito è uguale alla radice del verbo, eventualmente con la caduta dell'ultima lettera.
M33=j (io vedo)> M3(3) (vedere)
jjj=j (io vado)>jj(j) (andare)
- Progressivo
L'azione è in progresso, si sta compiendo[21].
jw b3k ḥr (m) wnm,
il servo sta mangiando.
Si costruisce con jw+soggetto+ ḥr (preposizione che significa "su") +verbo all'infinito (verbo espresso al femminile)
La preposizione m indica il progressivo interno, che dà una maggiore connotazione di partecipazione del soggetto.
- Allativo
Simile al "be going to" inglese, è un'azione che sta per accadere, il suo nome deriva dal verbo francese "aller", andare:[22]
jw b3k r wnm,
il servo sta per mangiare.
Stessa costruzione del progressivo, ma anziché su, si usa la preposizione r, verso.
Da non confondersi col greco, nel quale è generalmente tradotto come passato, è da considerarsi un presente[23]
jw b3k wnm=f (nb rˁ)
il servo mangia (tutti i giorni).
In questo caso si richiede la ripetizione del soggetto, significa letteralmente: "il servo lui mangia tutti i giorni".
Si nega non col semplice n o nn, ma con la struttura n wnm-n=f, con l'aggiunta della particella (j) n[24].
Può essere considerato come un congiuntivo o come un imperativo, si forma con
wnm(w)=f, che egli mangi.
In cui la w tra parentesi è usata solo nella struttura del progressivo detta "antica".
Si nega, non con n o nn, ma con "tm".
Indica un ordine, consiste in sostanzialmente in una forma analoga al prospettivo, priva di pronome se si vuole dare un ordine reciso, wnm! (mangia!), più cortese con forme perifrastiche o con il pronome d=j wnm=k (stabilisco che tu mangi)[25]
Si nega con jm:
[26]
Non è da considerarsi un passato, esistono infatti un compiuto presente, passato e futuro.
Per paragonarlo all'italiano, il presente, il futuro semplice e l'imperfetto sono incompiuti: mangio, mangerò, mangiavo.
Il passato prossimo è il compiuto presente: io ho mangiato; il trapassato prossimo è il compiuto passato: io avevo mangiato; il futuro anteriore è il compiuto futuro: io avrò mangiato[27].
Il compiuto, facendo una traduzione letterale, è in realtà un passivo, e, a seconda che venga espresso o meno il complemento d'agente, si parla di "compiuto con agente" o "senza agente".
- Il compiuto senza agente
Non viene espresso l'agente dell'azione.
Jw d3b.w wnm=kw
io ho mangiato dei fichi.
Al verbo si uniscono le terminazioni del perfetto[28]:
1ª persona |
=kw |
|
2ª persona |
=tj |
|
3ª persona |
=w masch., =tj femm. |
|
1ª persona |
=nw |
|
2ª persona |
=tywny |
|
3ª persona |
=w |
|
Da notarsi che la =w della 3ª singolare, quasi sempre, cade.
- Il compiuto con agente
Prevede l'inserimento di un agente, seppur questo non comporti, nella traduzione, cambiamenti di sorta[29].
La struttura è jw verbo-n-agente- oggetto
-N è contrazione di jn, preposizione che significa "da".
La terminazione del perfetto cade.
jw wnm-n=j d3b.w ho mangiato dei fichi, letteralmente, "dei fichi sono stati mangiati da me".
Sostituendo a jw wn e wnn si ottengono il compiuto passato e futuro.
Il compiuto si nega normalmente con "n"[30].
Per esprimere "non mai" e "non mai ancora" si usano due ausiliari, spj
e p3
[31].
N spj wnm=k d3b.w mj pn: non avesti mai mangiato fichi come questi.
N p3=f ḫpr mjt.t ḫt, non è mai ancora successa una cosa simile.
- Compiuto dei verbi intransitivi
Essendo il compiuto, in realtà, una forma passiva, teoricamente solo i verbi transitivi possono averne uno vero e proprio.
Il compiuto degli intransitivi esprime l'essere, l'essere diventato[32], e, per i verbi cognitivi, l'essere venuto a sapere, il passaggio da uno stato precedente (ignoranza) a uno successivo (conoscenza)[33].
jw b3k nfr=w, il servo è diventato buono.
Da notarsi come gli aggettivi, come nfr, non siano altro che verbi in funzione predicativa e, in questo caso, riprendono la loro funzione reale.
Con wn=w si esprime "esserci, esistere" jw wn=w b3k, il servo c'è[34].
In egiziano esistono forme nominali/perifrastiche del verbo, i participi.
La loro traduzione è la medesima dell'italiano: o giustapposti come l'aggettivo o definiti con forme quali "colui che", "colei che" ecc.
I participi sono raggruppati in tre forme: imperfettiva, perfettiva e progressiva.
Inoltre, essendo forme nominali, prendono la desinenza di genere e numero:
wnm(w) colui che mangia
wnm(w).t colei che mangia
wnm(w).w coloro che mangiano
wnm(w).tw coloro le quali mangiano
Rari i duali.
Infine, i participi possono essere attivi o passivi, con o senza agente.
Il prospetto generale delle desinenze:
Tempo |
Desinenze attivo |
Desinenze passivo senza agente |
Desinenze passivo con agente
|
Imperfettivo (presente) |
(w) tende a cadere |
w |
desinenza del pronome di 3^ persona, =f o =s
|
Perfettivo (passato) |
(w) tende a cadere |
(w) tende a cadere |
-n=f o -n=s
|
Prospettivo (futuro) |
t(y)=f(y) si aggiunge t(y) alla radice del verbo e lo si fa seguire da un allotropo del pronome di terza persona sing. masch. e femm. |
y (maschile) e tj (femminile) da aggiungere alla radice del verbo |
=f, =s
|
Come si è visto, non c'è piena corrispondenza tra attivo e passivo italiano e attivo e passivo egiziano.
Per quanto possibile fare paragoni, il passivo dei verbi può essere espresso con il pronome tw+jn+pronome suffisso.
Tw è un pronome con valore impersonale.
wnm=tw jn=j
È mangiato da me
Generalità degli aggettivi dimostrativi
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Gli aggettivi dimostrativi sono quattro serie di aggettivi con radice uguale e desinenza diversa. Sono sempre posposti al nome cui sono legati, eccetto p3, t3, n3, che nel Tardo Egiziano assunsero anche valore di articolo determinativo.
Prospetto radici e desinenze degli articoli
Singolare |
Plurale
|
Maschile |
desinenze |
Femminile |
desinenze |
Maschile - femminile) |
desinenze
|
p |
n, 3, w, f |
t |
n, 3, w, f |
n |
n, 3, w, f
|
pn |
tn |
nn
|
p3 |
t3 |
n3
|
pw |
tw |
nw
|
pf |
tf |
nf
|
Da notarsi che il dimostrativo può, a differenza dell'italiano, accompagnare anche un nome proprio:
Rˁ-ms-sw pn, questo Ramesse.
Interessante aspetto di questa lingua sono i pronomi, distinti in tre gruppi: suffisso, dipendenti, indipendenti.
Geroglifici |
Trascrizione |
Significato
|
e altre forme, a seconda di chi parla, dio, vivente, re, persona comune, defunto |
=j |
1ª singolare
|
, |
=k (masch.) =ṯ (femm.) |
2ª singolare
|
, |
=f (masch.) =s (femm. e neutro) |
3ª singolare
|
|
=n |
1ª plurale
|
|
=ṯn |
2ª plurale
|
|
=sn |
3ª plurale
|
|
=tw |
impersonale
|
Il segno = prima del pronome indica che bisogna attaccare il pronome al nome che lo precede: b3=j, il mio ba.
Esiste poi un pronome indefinito, =tw,
usato soprattutto col prospettivo e con valore impersonale.
Nn wnm(w)=tw non si mangerà.
Essi fungono da soggetto, aggettivo possessivo, complemento di termine e di specificazione preceduti dalla preposizione n.
Non esistono forme di cortesia; si dava del tu anche al faraone. L'unica perifrasi di subordinazione verso i superiori era b3k-jm, "quel servo lì", tradotto come "quest'umile servo"
Geroglifici |
Trascrizione |
Significato
|
|
wj |
mi/me
|
, |
ṯw (masch.) ṯn (femm.) |
ti/te
|
|
sw (masch). s.t (femm.) |
lo/lui, la/lei
|
|
n |
ci/noi
|
|
ṯn |
vi/voi
|
|
sn |
li, le, loro
|
Essi fungono da soggetto nelle frasi esclamative o come complemento oggetto.
Geroglifici |
Trascrizione |
Significato
|
|
jnk |
io
|
, |
ntk (masch.) ntṯ (femm.) |
tu
|
, |
ntf (masch.) nts (femm.) |
egli, ella, ciò
|
|
jnn |
noi
|
|
ntṯn |
voi
|
|
ntsn |
essi, esse, essi/ciò
|
Hanno un uso limitato: come predicato della PPN e comunque il più usato è jnk.
I pronomi relativi, che fungono anche da congiunzione in subordinate relative, sono usati in alternanza coi participi.
Sono sia affermativi (che è), sia negativi (che non è)
Singolare |
Plurale
|
Maschile |
Femminile |
Maschile |
Femminile
|
nty
|
nt(y).t
|
nty.w
|
nt(y.w) t
|
La radice è jwty cui si aggiungono le desinenze dell'affermativo:
Un'interessante costruzione dell'egiziano, simile al dativo di possesso greco o latino, utilizza la particella n(y)+la cosa posseduta.
N(y) è variabile in genere e numero.
Singolare |
Plurale
|
Maschile |
Femminile |
Maschile |
Femminile
|
n(y)
|
n(y).t
|
nw
|
n(y).wt
|
Preposizioni principali corrispondenti alle preposizioni proprie italiane
di, a
|
n
|
da
|
jn
|
in
|
m
|
con
|
ḥnˁ
|
su
|
tp
|
per, contro, verso
|
r
|
tra, fra
|
mm
|
Altre preposizioni improprie e locuzioni prepositive:
sopra
|
ḥr |
|
sotto
|
ẖr |
|
fino a
|
ḏr |
usato soprattutto nella locuzione ḏr=f, fino ai limiti, tutto quanto
|
come
|
mj |
|
al lato
|
r-gs |
|
davanti
|
ḫnt o ḥ3ty , |
|
dentro
|
m-ẖnw |
|
dopo
|
m-ḫt, |
usato anche nelle proposizioni temporali (vedi sezione)
|
vicino
|
ḫr |
|
L'egiziano è abbastanza povero di congiunzioni:
- La congiunzione "e" non esiste, si giustappongono i termini o le proposizioni
- La congiunzione "o" può essere espressa con pw, oppure con la giustapposizione
- La congiunzione "se" è jr:
- La congiunzione "allora" è 'ḥ'-n
- La congiunzione "poiché" può avere diverse sfumature di significato, molto comune è n-nt(y).t, scritta con il pronome relativo.
- La congiunzione "affinché" è n-mrw.t , "affinché non" n-msḏw.t
In egiziano le coordinate si esprimono con la giustapposizione di più frasi assieme, con l'ellissi di jw o degli analoghi.
Le subordinate si esprimono con le congiunzioni citate sopra, il soggetto non è più il pronome suffisso e ma quello dipendente.
Come in italiano esistono proposizioni oggettive, finali, causali, relative e il periodo ipotetico.
Si tratta sostanzialmente di una proposizione subordinata oggettiva.
Qualsiasi tipo di proposizione PPA o PPN può essere in posizione completiva.
Sono generalmente introdotte da verbi detti "operatori", come rdj (porre, fare che, permettere) jr (fare, fare che), ḏd (dire).
L'egiziano fa largo uso di formule fisse, frasi fatte, poste all'inizio di testi, alla fine, nei cerimoniali.
Tra le tante:
D(w) ˁnḫ
dotato di vita, uno degli epiteti del re,
(dw) ˁnḫ, wḏ3, snb
(dotato di) vita, forza e salute! Talmente usato da essere abbreviato dagli egizi con '.w.s, le iniziali dei tre nomi, rappresentati dal segno ‘nḫ, dal segno wḏ3 e dal segno s. In italiano si abbrevia, nella traduzione, con v.f.s!, vita, forza, salute!
ḥtp d(j) n(y)-sw.t
"un'offerta che il re fa" è la lettura tradizionale degli egittologi. Scritto spesso n(y)-sw.t d(j) ḥtp, in quanto nomi come re (n(y)-swt) dio (nṯr), o i nomi delle divinità venivano anteposti per rispetto.
In realtà, è una formula di invocazione delle tombe e significa faccia il re che si plachino.
ḏd mdw
"parole dette" ("dire le parole"): inizio dei cerimoniali
m3ˁ-ḫrw
anche nelle forme:
"giusto di voce" o "giustificato": è l'epiteto del defunto che ha superato l'esame di Osiride e, pertanto, ha avuto "la voce giusta" e ora può risiedere nei campi divini.
Jw=f pw (m) ḥ3.t=f r pḥ.wy=fy mj gmy.t m sš
Lett.:Questo vada dall'inizio alla fine come trovato nel documento, è così che il documento deve andare dall'inizio alla sua fine, come trovato in scrittura.
Formula di chiusura dei testi letterari egizi, di quando in quando diversamente sviluppata, talvolta firmata, come nel Racconto del naufrago.